Questa crisi non è uno scontro di personalismi, ma un agguato politico

Editoriali

di Arturo Scotto – La palla è in mano al Quirinale. Mani sagge, mani esperte. Ma la verità è nelle mani dei partiti, che dovranno spiegare al paese cosa è realmente accaduto e come se ne uscirà.

La verità è rivoluzionaria quando si parla ad una società fortemente provata, sconvolta dall’impatto della pandemia, sempre più divisa socialmente e territorialmente. Bisogna dire chiaramente chi porta sulle spalle la responsabilità della crisi e quali obiettivi ha provato a perseguire in questi mesi.

La rappresentazione del duello tra opposti personalismi è dal mio punto di vista fuorviante, se non addirittura caricaturale. Utile a qualche ritratto di colore sui giornali, inutile se si vuole leggere l’irripetibile passaggio storico che l’Italia attraversa.

Renzi ha sferrato un attacco preventivo, puntando a far saltare l’attuale equilibrio di governo, incrinare l’alleanza tra progressisti e Cinque stelle, togliere di mezzo una figura che nel tempo ha acquisito consenso e popolarità diffusa, considerata un intralcio sulla strada ormai sempre più metafisica del macronismo all’italiana. Non ha fatto tutto da solo, ha interpretato un sentimento che esiste in una parte rilevante dell’establishment di questo paese, scandalizzato dall’idea che a gestire 209 miliardi siano dei parvenu scesi da Marte ed estranei al salotto buono del capitalismo che quasi sempre coincide con chi detiene le redini dell’editoria.

O si capisce la radice economica di questa crisi – il nucleo di interessi che la guidano – oppure siamo davvero condannati a pettinare le bambole per il resto dei nostri giorni, incapaci di separare il grano dal loglio. Il narcisismo – che è una componente immanente della politica moderna – è soltanto un ingrediente secondario, sicuramente buono per riempire paginate di interviste, più che altro un acceleratore di processi ideati, preparati e decisi altrove.

Attenzione, il Governo Conte non è il Governo Allende e l’Italia non è il Cile del 1973: eppure siamo a un salto della vita della Repubblica.

Lo sgretolamento dei partiti storici, la crisi di radicamento sociale della sinistra italiana, l’irruzione di populismi antisistema fuori dalla tradizione delle forze costituenti della Repubblica, il declassamento di sovranità economica dell’Italia nel contesto europeo sono fattori che non possono essere considerati accessori.

Questi ingredienti sono stati la levatrice della maggioranza giallorossa, il solo compromesso possibile per evitare che l’Italia finisse ai margini delle alleanze internazionali, precipitando – primo grande paese europeo – nelle mani di una destra tuttora nostalgica del ventennio.

Se non guardiamo questa fotografia, non capiamo perché tenere in piedi l’attuale quadro politico sia così importante.

Innanzitutto, per l’originalità dell’esperimento, per quello che ha prodotto, in primis la trattativa sul Recovery, condotta con autonomia e determinazione. Siamo fuorusciti dalla dimensione euroentusiasta (e talvolta persino un po’ autolesionista) della sinistra italiana dell’ultimo trentennio, senza cedere alle sirene dell’etnonazionalismo incombente, ricostruendo così una trama di relazioni internazionali proiettate al superamento del mito del pareggio di bilancio e del dogma dell’austerità espansiva. Questa mi sembra la principale “riforma di struttura” che l’attuale compagine ha provato a mettere in campo. Dunque, si capisce perché dia fastidio e perché vada scardinata.

Ovviamente gli errori ci sono stati, non sono da mettere sotto il tappeto. Innanzitutto l’incapacità di superare la fase emergenziale e di trasformare l’alleanza di governo in un progetto politico stabile, in una scommessa che vada oltre questa stagione. Manca – ed è grave – una riflessione collettiva sulla costruzione del blocco sociale del campo di forze che oggi sono attorno a Giuseppe Conte, troppo ripiegato sulle geometrie politiche ed elettorali.

Io credo che se non avviene una svolta in questo senso, avremo perso una grande occasione per l’Italia oltre che inevitabilmente le prossime elezioni, al di là di quando ci saranno. E perderemo anche la mano delle consultazioni al Quirinale, che rapidamente possono trasformarsi in sabbie mobili pericolosissime per la riconferma dell’incarico a Conte, legittimando nei fatti i protagonisti dell’agguato e lanciando un messaggio sbagliato al paese.

Avrei auspicato che la coalizione M5S-Pd-LeU si recasse unitariamente al Quirinale così come farà il centrodestra: sarebbe stata un’innovazione vera, un segnale di coerenza e di serietà, l’indicazione di una direzione di marcia unitaria.

Ma forse la mia è soltanto ansia di prestazione: mi basta semplicemente un impegno solenne davanti ai cittadini a perseguire una strategia condivisa e a salvaguardare l’essenziale di questa esperienza di governo. La dimensione universale del diritto alla salute, l’intervento dello stato laddove il mercato non ce la fa, la centralità del lavoro quando finirà il blocco dei licenziamenti, la bussola della questione morale e della trasparenza amministrativa nelle scelte di governo. E discuterne liberamente con chi ci sta.

Questa è la sfida della verità su cui si misura la tenuta e lo sviluppo futuro dell’alleanza giallorossa. Senza cedere alle provocazioni di chi, nelle ultime ore, prova a diffondere patetici spin su una crisi al buio provocata non dalle scelte di Italia Viva, ma da singolari e imprevedibili pulsioni suicide del Presidente del Consiglio uscente e, spero, rientrante. Una vicenda che si tinge di giallo, ma che evidentemente ha un risvolto squisitamente comico.

Forse originata da una fastidiosa reazione al jet lag di ritorno da un viaggio – certamente di piacere – a Ryad. Un consiglio spassionato a Renzi: la prossima volta meglio consultare il sito viaggiare sicuri.