Ius soli e lotta di classe

Società

Oscar Monaco – Paragonando le piramidi demografiche italiane degli anni 60/80 con quella attuale salta immediatamente all’occhio che la parte più giovane della forza lavoro, la fascia d’età 15-30 anni, che nella seconda metà del secolo scorso conteneva il 30% della popolazione, oggi si è ridotta alla metà, un 15%, di cui circa il 10% sono cittadini stranieri; inoltre negli ultimi anni i cittadini stranieri nati in Italia rappresentano tra il 15 e il 20% delle nascite totali.
Complessivamente, oggi, i giovani in procinto di entrare o appena entrati nel mercato del lavoro sono la metà di chi è in pensione o è prossimo alla pensione.

Questo fenomeno ha innumerevoli implicazioni, di cui almeno due influenzano direttamente i rapporti di forza tra le classi: la prima la definirei di ordine culturale, ovvero la percezione che la società in generale e le classi subalterne in particolare hanno di sé stesse, la coscienza di classe; la seconda è di tipo materiale e riguarda l’accessibilità e l’esigibilità dei diritti elementari dentro le classi subalterne, riguarda cioè la lotta di classe.
Per quanto riguarda la coscienza di classe, può essere illuminante osservare le reazioni ad un recente sondaggio da parte del mondo politico: lo scorso 10 novembre l’istituto Ipsos ha rilevato l’incidenza del voto operaio nella formazione del consenso ai partiti e ne è risultato che tra gli operai la la Lega sia il primo partito, seguita con uno stacco rilevante dalle due principali formazioni del centrosinistra, PD e M5S. A sinistra si è subito acceso il dibattito sulla necessità, giustissima, di recuperare il voto operaio, ma a mio avviso con un vizio di fondo determinato da una componente generazionale: se infatti fino alla metà degli anni 70 la componente operaia rappresentava circa i due terzi degli occupati oggi la proporzione si è doppiamente ribaltata, in generale le lavoratrici e i lavoratori impiegati nel settore manifatturiero non arrivano al 30% del totale degli occupati, ma non solo, il 70% di questi svolgono lavori intellettuali, in larga parte esecutivi, non manuali. La tendenza all’intellettualizzazione del lavoro è destinata ad aumentare, anche sulla spinta della digitalizzazione imposta dalla pandemia e ciò riguarda in maniera assolutamente rilevante proprio la fascia anagrafica 15-30.
In altri termini, mentre gruppi dirigenti politici anagraficamente vecchi si interrogano su realtà produttive numericamente minoritarie, manca una riflessione che accompagni la presa di coscienza di milioni di lavoratrici e lavoratori impiegati in larghissima maggioranza nel mare magnum dei servizi, del commercio e dell’economia digitale.
Ma non finisce qui: le giovani generazioni, oltre ad essere numericamente esigue rispetto alla popolazione residente totale, sono divise in termini di esigibilità dei diritti elementari, a partire dall’elettorato attivo e passivo. Circa il 20% della futura classe lavoratrice, in assenza di provvedimenti legislativi, continuerà a non godere dei diritti di cittadinanza, e si appresta a diventare una numerosa retroguardia ancora più ricattabile in un contesto in cui i diritti sindacali e i livelli salariali sono abbondantemente sotto la soglia di civiltà.
In conclusione, nella misura in cui il razzismo, dichiarato o “asintomatico” è uno strumento di controllo del mercato del lavoro, esattamente come il sessismo, le istanze per l’accessibilità e l’esigibilità dei diritti elementari sono precondizione per le rivendicazioni salariali e di lavoro in generale. Chiamando le cose col proprio nome, con buona pace degli esorcisti che ne celebrano ossessivamente i funerali da quasi quarant’anni, è lotta di classe.

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