A Stefano e agli intellettuali della classe operaia

Sinistra

Oscar Monaco – Questa mattina si è svolta nel piazzale della Camera del Lavoro di Perugia la commemorazione laica del compagno Stefano Zuccherini, un effluvio di ricordi commossi, drammatici e ironici; testimonianze veraci e appassionate di tante compagne e compagni che hanno avuto l’occasione e la fortuna di percorrere pezzi di strada militante con un uomo a cui si può dire addio, ma non si può dimenticare.

Qualcuno ha detto, “se non ha litigato mai con Stefano, non sei nessuno”; posso vantare di essere stato battezzato da una gragnuola di epiteti, con relative risposte, la prima volta che ci siamo visti, salvo riconciliarci successivamente con svariati Negroni.
Due cose, tra le tante discusse più o meno animatamente nelle piazze, nelle riunioni, a tavola o al bancone di un bar, mi ronzano per la testa delle suoi fluviali ragionamenti: la parzialità come condizione per la rifondazione e la rivoluzione come categoria più alta che la politica possa esprimere, idea quest’ultima mutuata dal dirigente comunista cattolico Franco Rodano.
Stefano era figlio di una storia finita, quella grande e terribile del 900, quando per la prima volta l’irruenza della masse tenta di tradursi nell’ambizione di dirigere la società, le istituzioni e lo Stato; un intellettuale della classe operaia nel senso profondo dello sforzo di emancipazione dalle catene dello sfruttamento, sulla leva della lotta politica e sociale, ma anche del rigore dello studio, della formazione, della ricerca e dell’approfondimento meticoloso di questi fenomeni e della loro storia, in funzione della loro prospettiva.
Dicevo della parzialità, perché se è vero, e credo sia vero, che la complessità della fase di transizione che attraversiamo, con la sua accelerazione pandemica, pone il tema della rifondazione come orizzonte della politica nel suo complesso, ebbene non è possibile non affrontarla prescindendo dalla coscienza della propria parzialità, come risposta ad un pensiero dominante, pur in crisi di consensi, che ha come baricentro l’omologazione.
E poi l’idea di rivoluzione come orizzonte della politica moderna, almeno dal fatidico 1789: non esiste un pensiero progressista, quale che sia la sua sfumatura, che possa prescindere dalla categoria della rivoluzione senza inaridirsi: non esiste cioè un pensiero in grado di traguardare il presente senza saperne pensare una critica profonda in funzione di un possibile cambiamento.
Penso a queste idee come patrimonio comune della sinistra e non nonostante, ma proprio in quanto migliori pratiche e culture del secolo che ormai da tempo abbiamo alle spalle.

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