Chip shortage, la carestia degli anni 20

Economia Tech

Oscar Monaco – Il capitalismo negli ultimi due secoli ci ha abituati a crisi perlopiù da sovrapproduzione, fenomeno che si è addirittura amplificato negli ultimi decenni, quando ha cominciato a prevalere un’ideologia, quella neoliberista, che ha rovesciato le politiche keynesiane di sostegno alla domanda con politiche pubbliche di sostegno all’offerta. Parcheggi e magazzini stracolmi di automobili o altri prodotti invenduti sono da anni un panorama comune nella grandi concentrazioni industriali del pianeta.
Tuttavia una della conseguenze della pandemia da Covid-19, che si protrarrà secondo le previsioni per circa un paio d’anni, è il cosiddetto chip shortage, ossia la carenza dei semiconduttori che costituiscono la componente hardware, materiale, di ogni prodotto tecnologico. Questo fenomeno, che sta sconvolgendo l’economia dell’hitech da qualche mese è dovuto a molteplici fattori, tra cui il blocco temporaneo della produzione nelle industrie di semiconduttori al silicio, il rallentamento dei commerci, la guerra doganale tra USA e Cina, l’impennata della domanda dovuta al lock down e allo smart working.
Inizialmente il settore più colpito è stato quello consumer delle tecnologie digitali, come smartphone e personal cumputer, ma la “carestia” si è presto allargata al settore automobilistico, in cui si prevede una perdita globale di quasi 90 miliardi di dollari, e in quello delle apparecchiature medico sanitarie, e non tarderà a toccare prodotti semiprofessionali da ufficio che la stabilizzazione dello smart working o dell’home working porterà a decine di milioni di lavoratrici e lavoratori nel mondo.

Il punto che rende più complicata la soluzione semplice di questa “carestia digitale” è dovuto alla combinazione di due fattori: il primo è noto come legge di Moore, l’aumento esponenziale della velocità di calcolo, il doppio ogni diciotto mesi, dei microchip, che contrasta con i tempi di realizzazione di un impianto produttivo e soprattutto con i suoi costi. Infatti se il mercato digitale è al centro di un dibattito globale sull’introduzione di una tassa minima per i “giganti del web”, motivato dalla sproporzione tra costi fissi e ricavi nel mercato del software, i costi industriali di un singolo impianto di trasformazione del silicio da materia prima a microchip sono tra i più alti in assoluto e una singola fabbrica di semiconduttori, oltre a richiedere un investimento di svariati miliardi di euro e l’impiego di personale per la cui formazione occorrono anni, non può essere realizzata in meno di un anno/un anno e mezzo.

Ultimo fattore tutt’altro che marginale, e con buona pace dei negazionisti del surriscaldamento globale, sono i fenomeni climatici estremi che possono danneggiare seriamente una produzione estremamente delicata e sofisticata: basti pensare che tra i danni più gravi inflitti a grandi impianti ci sono due eventi opposti che si sono verificati nel 2020, come la siccità a Singapore e la nevicata anomala in Texas.

La pervasività praticamente incalcolabile delle tecnologie digitali nella vita quotidiana di miliardi di persone dà rapidamente la misura di come un problema apparentemente da “nerd” possa invece avere profonde conseguenze su una auspicata ripresa economica post pandemica.

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